L’intimità è legata al pensiero

“l’intimità è legata al pensiero che si lascia andare, che è più portato a raccogliere che non a cogliere – in altri termini, la necessità di abbandonarsi la rende più difficile da catturare. In quanto pregnante e non distinguibile, è la cosa più fugace ma al tempo stesso più aperta; è evasiva e perciò in appropriabile, ma è anche la più personale; si associa a un luogo, a un’ora, s’impregna d’un paesaggio, si afferra in modo circostanziato e ambientale. Più che studiarla la si ricorda; o meglio, più che ricordarsela torna in mente in modo incidentale; e quando succede, vorremmo più ‘confidarla’ che non confessarla. Da qui il fatto che tende più a essere condivisa che non a farsi ‘conoscere’”.

“L’intimità usa attivamente il silenzio, fa parlare i gesti, gli sguardi, un sorriso, un tono di voce. I gesti, più delle parole, sono vettori e staffette dell’intimità e la rendono effettiva, al cui confronto la parola è ciarliera e limitata; frena nel momento stesso in cui enuncia, crea un blocco e una resistenza, invece di lasciar passare (…) è la sfida più alta portata all’impero del logos; non si lascia andare alla facilità di dire e anche di ‘dire tutto’, di determinare e credere di controllare, ma insinua, stringe tacitamente un accordo, lo propaga e lo fa progredire.”

“Guardandola che mi guarda è come se l’accompagnassi in me stesso: sono passato ‘dall’altra parte’, al tempo stesso che la mia si apre (…) attraverso il suo sguardo incomincio a percepirmi da fuori. L’ho chiamata ‘dolcezza’, la dolcezza dello sguardo dell’Altro su di me, ma non ha niente di affettivo o di psicologico, prende una piega metafisica, diventando una categoria innata: dice che la frontiera è caduta, libera dall’iniziativa del soggetto, sostituisce l’ambiente, il complice, all’eterna frontalità. Come ci si guarda, ci si racconta: come ci si può guardare per ore, ci si può raccontare senza annoiarsi. Raccontar-si non significa tanto, d’altronde, raccontare un ‘sé’ prendendosi oggetto del dire, perché non è la forma riflessiva del verbo, ma esprime la relazione reciproca. Ci si racconta, cioè dall’uno all’altro, come ci si parla: ‘raccontarsi’ l’un l’altro è anche un modo di attivare la riflessività e reciprocità dell’intimità e non ha altro fine.”

Francois Jullien – “Sull’intimità. Lontano dal frastuono dell’Amore”

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