Così poco presente in quello che ho scritto

Perché sei così poco presente in quello che ho scritto, mentre la nostra unione è stata ciò che vi è di più importante nella mia vita? Perché ti ho presentato come una creatura pietosa…’che si sarebbe distrutta senza di me’, mentre tu avevi la tua cerchia di amici?”.
“Sapevi, fin dall’inizio, che avresti dovuto proteggere indefinitamente il mio progetto”.
“Mi lanciavo a testa bassa in una nuova impresa che mi avrebbe monopolizzato. Ma tu non mostravi né agitazione né impazienza. ‘La tua vita è scrivere. Allora scrivi!’, ripetevi. Come se la tua vocazione fosse di confortarmi nella mia”. “Tu ti sei data tutta per aiutarmi a diventare me stesso. La dedica che ho scritto nella tua copia dice: ‘A te detta Kay che, dandomi te, mi hai dato Io’”.

Andrè Gorz – Lettera a D

Piano Con L’Affetto – Üstmamò

Stanotte non ho più consigli né idee
mi restano poche sorprese
conto i secondi e li finisco così
questi attimi di lunghe attese
Trascinami di nuovo sui tuoi colli ispidi
ma prova a non precipitare per primo
Fermati ancora un attimo
e vacci piano sai piano con l’affetto
Piano con l’affetto
potresti uccidermi così
ti prego vacci piano
solo per il mio bene
potresti anche uccidermi
Tu mi inietti succhi diabolici
io non possiedo antidoti
mi distruggono le tue attenzioni
e gli occhi tuoi famelici
ti ripeto vacci piano con l’affetto
Ti prego lasciami
soltanto un attimo
lasciami respirare con il mio fiato
lasciami vorrei provare anch’io
che cosa importa se è tutto sbagliato

Lasciami, lasciami, lasciami, lasciami, lasciami, lasciami, lasciami, lasciami

Ustmamò

Per una rieducazione sentimentale

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Per una rieducazione sentimentale. di Lea Melandri

Dedicato a Sibilla Aleramo – 140 anni ieri dalla nascita (14 agosto 1976) – consapevole di rappresentare “qualcosa di raro nella storia del sentimento umano”.
A lei devo molto delle mie scritture sul “sogno d’amore”.

Se è vero – come dice Freud – che“un amore felice vero e proprio corrisponde all’originaria situazione in cui non è possibile distinguere tra libido d’oggetto e libido dell’Io”, che la coppia trova la sua stabilità  “quando la moglie ha fatto del marito il proprio figlio”, si potrebbe dire che per questo prolungamento dell’infanzia l’uomo non è mai andato “oltre le frontiere del narcisismo”.
Separandosi, la donna non colpirebbe perciò solo un privilegio e un potere indiscutibile della maschilità, ma l’“amore di sé”, la fonte prima, rimasta tale anche nell’età adulta, dell’“autoconservazione”. Il fatto che chi uccide spesso riservi a sé la medesima sorte sembra esserne la conferma.

Se l’uomo fosse il dominatore, il vincitore sicuro di sé, non avrebbe bisogno di uccidere.
Dobbiamo riconoscere che dietro il dominio del padre c’è la nostalgia del figlio. Forse è questa tenerezza che le donne continuano a spiare dietro la violenza dell’uomo. Verrebbe da dire che, per capire la violenza che passa nella relazione tra i sessi, bisogna interrogare a fondo l’amore, tenendo conto che le figure di genere strutturano, al medesimo tempo, gerarchie di potere e illusioni amorose. La possessività parla una lingua diversa nella bocca dell’uomo-padrone e dell’innamorato.
Se, nonostante tutto, l’idealizzazione della famiglia è così duratura, forse è perché è negli interni della case che tornano a confondersi la nostalgia dell’uomo-figlio, il potere di indispensabilità della donna-madre e i residui di un dominio patriarcale in declino.
L’interezza l’uomo l’ha ottenuta dividendo il suo compito civile dagli interessi della famiglia, garantendosi l’accesso al corpo femminile sia come soddisfacimento erotico che come cura, sostegno morale.
Le donne, costrette ad abbandonare il rapporto con la madre, hanno cercato inutilmente di trovare la ricomposizione – bisogno di essere nutrite e di essere amate – nell’uomo; si può pensare che abbiano rinunciato per questo alla loro sessualità, sopportato di ricevere – in cambio di amore, cure, piacere – mantenimento, denaro, doni. Non un vero scambio, perciò, e tanto meno reciprocità.
Ha ragione dunque Pierre Bourdieu quando si chiede, nell’ultimo capitolo del suo libro, Il dominio maschile, se l’amore è “l’isola incantata”, in cui si ferma la “guerra tra i sessi” – “smarrirsi l’una nell’altro senza perdersi”, il miracolo della reciprocità, creatori/creatrici e creature -, oppure “la forma suprema, perché la più sottile, la più invisibile, della violenza simbolica”.

Del resto, se si leggono attentamente i teorici dell’amore romantico – Bachofen, Michelet, Mantegazza, ecc. – non è difficile accorgersi che, dietro il capovolgimento continuo delle parti – a volte è la donna-madre che sembra accogliere in sé l’uomo-figlio, altre è l’uomo che, dalla sua posizione di privilegio, si pone come figura protettiva, materna, rispetto alla donna, piccola figlia debole affidata alle sue cure – passano in realtà il potere e la centralità dell’uomo. In un rapido passaggio, da figlia la donna gli diventa moglie e madre, fonte di sussistenza e di sostegno morale. La metamorfosi è completa quando l’uomo può “rigenerarla”, fino a farla “diventare lui”.
Il romanticismo ha riconosciuto alla donna un’“anima”, ma un’anima che deve nutrirsi e vivere dei pensieri degli uomini, assecondare e prevenire il loro bisogni, compenetrarsi con l’amato fino a identificarsi o sparire in lui.
Il sogno d’amore è presente in tutta la cultura maschile, ma è stato visto come un tratto marcatamente femminile. La ragione può essere cercata nel segno che lascia l’essere stati tutt’uno col corpo della madre, ma anche il bisogno d’amore, la pretesa di infanzia, che la donna è costretta a colmare attraverso l’uomo.
Sacerdotessa dell’amore puro, dell’“amore fusione”, “estasi”, “cosa sacra”, Sibilla Aleramo è anche la coscienza femminile anticipatrice che, all’inizio del ‘900, riesce a dissacrarlo, a vederne l’invisibile violenza, in quanto “atto sacrilego” dal punto di vista della individualità della donna, e a raggiungere lentamente “il fastidioso obbligo di vivere per sé.”

Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini

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Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio.

È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.

K. Marx, Miseria della filosofia

tempo

Forse

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Forse le nostre ansie
non hanno lettori.
Forse la strada è sbagliata fin dall’inizio
e sbagliata sarà anche alla fine.
Forse le lanterne, che ad una ad una accendiamo,
il vento una ad una le spegnerà.
Forse bruciamo la vita per illuminare gli altri
e non abbiamo fuoco per riscaldare noi stessi.
Forse, quando tutte le lacrime saranno versate,
la terra sarà più fertile.
Forse noi cantiamo il sole
e dal sole siamo cantati.
Forse, più grande è il peso sulle spalle,
più alta torreggia la fede.
Forse gridiamo contro tutte le sofferenze,
ma sulle personali sventure non possiamo che
tacere.
Forse
per un irresistibile richiamo
non abbiamo altra scelta.

Shu Ting

La violenza simbolica si istituisce

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La violenza simbolica si istituisce tramite l’adesione che il dominato non può non accordare al dominante (quindi al dominio) quando, per pensarlo e per pensarsi, o meglio, per pensare il suo rapporto con il dominante, dispone soltanto di strumenti di conoscenza che ha in comune con lui e che, essendo semplicemente la forma incorporare del rapporto di dominio, fanno apparire questo rapporto come naturale, o, in altri termini, quando gli schemi che egli impiega per percepirsi e valutarsi o per percepire e valutare i dominanti (alto/basso, maschile/femminile, bianco/nero) sono il prodotto dell’incorporazione delle classificazioni, così naturalizzate, di cui il suo essere sociale è il prodotto.

Pierre Bourdieu

Andare via da te

Andare via da te.
Non lo capirà mai.
Lei pensa che alla fine di una storia d’amore c’è uno che vince e l’altro che perde. Secondo lei sono andato via per essere vincitore, per trionfare.
Pensa che nel conflitto tra un uomo e una donna uno dei due deve vincere per forza. Non le è chiaro che quel conflitto deve essere il quotidiano trampolino di lancio per vivere nuove felicità. Non ci può essere calcolo, ma passione vera; e figuriamoci poi dominio dell’uno sull’altra.
Si va via quando le evidenze quotidiane non hanno altro da aggiungere alla vita vera.

Perchè non c’è progetto da portare a termine.

m.

Iniziativa

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No, non ho preso io l’iniziativa; non ho tagliato il nodo, forzato la serratura, rubato dei beni che non era mio diritto prendere.
La porta era aperta.
È vero, Lei non l’aprì da sola. Per lei l’aprì un maggiordomo, di nome Noia.
Lei disse: “Noia, procurami un passatempo” e la Noia: “Come desidera” e mettendosi i guanti bianchi, affinché le impronte digitali non lo tradissero, bussò al mio cuore e a me parve che dicesse di chiamarsi Amore.

Jeanette Winterson

Io non tremo

Sai Mimì che la paura è una cicatrice
Che sigilla anche l’anima più dura
Non si può giocare con il cuore della gente
Se non sei un professionista, ma ho la cura
Io non tremo
E’ solo un pò di me che se ne va

Plurale

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Plurale

L’amore,
sostantivo,
molto sostantivo,
singolare,
di genere né femminile, né maschile,
di genere indifeso.
Plurale,
gli amori indifesi.
La paura,
sostantivo,
all’inizio singolare
e poi plurale:
le paure.
Le paure di tutto d’ora in poi.
Il ricordo,
nome proprio della tristezza,
singolare,
soltanto singolare
e indeclinabile.
Il ricordo, il ricordo, il ricordo.
La notte,
sostantivo,
di genere femminile,
singolare.
Plurale,
le notti.
Le notti d’ora in poi.

di Kikì Dimulà

Lotta

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Non si lotta solo nelle piazze, nelle strade, nelle officine o con i discorsi, con gli scritti, con i versi. La lotta più dura è quella che si svolge nell’intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti…

Pier Paolo Pasolini
“Vie Nuove” n. 51 del 28 dicembre 1961

Possessione

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Ma ci sono altri nessi, altri ordini, altri intrecci i cui nodi affondano nell’altra parte di noi stessi. A questo allude l’etimologia che vuole sexus derivato da nexus. Per comprendere i nessi che il sesso inaugura dobbiamo dislocare la nostra riflessione e incominciare a pensare a partire dal sesso e non dall’Io che ha un sesso. Il sesso, infatti, non è qualcosa di cui l’Io dispone, ma se mai è qualcosa che dispone dell’Io, qualcosa che lo incrina, che lo apre alla crisi, che lo toglie dal centro della sua egoità, dall’ordine delle sue connessioni per nessi di tutt’altro genere e forma e qualità. Per questo Socrate, a proposito delle cose d’amore, parla di possessione

U. Galimberti – Eros e Psiche