Così poco presente in quello che ho scritto

Perché sei così poco presente in quello che ho scritto, mentre la nostra unione è stata ciò che vi è di più importante nella mia vita? Perché ti ho presentato come una creatura pietosa…’che si sarebbe distrutta senza di me’, mentre tu avevi la tua cerchia di amici?”.
“Sapevi, fin dall’inizio, che avresti dovuto proteggere indefinitamente il mio progetto”.
“Mi lanciavo a testa bassa in una nuova impresa che mi avrebbe monopolizzato. Ma tu non mostravi né agitazione né impazienza. ‘La tua vita è scrivere. Allora scrivi!’, ripetevi. Come se la tua vocazione fosse di confortarmi nella mia”. “Tu ti sei data tutta per aiutarmi a diventare me stesso. La dedica che ho scritto nella tua copia dice: ‘A te detta Kay che, dandomi te, mi hai dato Io’”.

Andrè Gorz – Lettera a D

un figlio, ma con chi farlo?

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Quanti uomini sono oggi disposti a porsi interrogativi analoghi sui ruoli tradizionali di genere, a immaginare nuove forme dell’amore e della genitorialità, rapporti diversi tra vita e lavoro, privato e pubblico?

Di fronte a una figura maschile sorpresa dal cambiamento nella propria fragilità, senso di inadeguatezza, dipendenza da mamme e nonne troppo protettive, o narcisisticamente ripiegata su se stessa, verrebbe da dire che la crisi, prima ancora che di culle, è di case, convivenze, legami amorosi o coniugali duraturi e rassicuranti quanto basta per decidere di fare un figlio.

È chiaro che la ricerca di nuove forme di relazione tra i sessi, nel privato come nel pubblico, necessita prima di tutto di un ripensamento di quella che è stata finora la maternità, come obbligo riproduttivo, ma anche come “lavoro d’amore”: cura, incombenze domestiche, sostegno materiale e psicologico ai componenti della famiglia.

Necessita soprattutto che si passi dalla “questione femminile” – uno svantaggio da colmare, parità di diritti e di salario, politiche a favore delle donne in quanto madri – alla messa in discussione da parte di uomini e donne di un’idea di virilità e femminilità che ha visto confusi per secoli dominio e amore, violenza e tenerezza.

Come ha scritto più volte l’economista femminista Antonella Picchio, occorre “cambiare la struttura delle responsabilità sociali rispetto alla produzione delle persone. È, quindi, un problema politico non statistico. Significa, infatti, far emergere come questione sociale, come responsabilità collettiva, ciò che appare come responsabilità esclusiva delle donne”.

Lea Melandri – Vorrei un figlio, ma con chi lo faccio?

A proposito di Fertility day

Quanti uomini sono oggi disposti a porsi interrogativi

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Le donne ancora in età fertile non escludono di poter avere un figlio, ma si chiedono anche: “Con chi?”.

La maternità, dopo essere stata per secoli obbligo procreativo, si trova a fare i conti con il fatto che le donne hanno imparato a mettere al primo posto passioni, interessi, occupazioni che le portano verso il mondo, a dirsi senza mentire l’insopportabilità della vicinanza continuativa con un bambino, del dispendio di energie fisiche e psichiche che viene loro richiesto dal maternalismo dominante.

Quanti uomini sono oggi disposti a porsi interrogativi analoghi sui ruoli tradizionali di genere, a immaginare nuove forme dell’amore e della genitorialità, rapporti diversi tra vita e lavoro, privato e pubblico?

Di fronte a una figura maschile sorpresa dal cambiamento nella propria fragilità, senso di inadeguatezza, dipendenza da mamme e nonne troppo protettive, o narcisisticamente ripiegata su se stessa, verrebbe da dire che la crisi, prima ancora che di culle, è di case, convivenze, legami amorosi o coniugali duraturi e rassicuranti quanto basta per decidere di fare un figlio.

tratto da: Vorrei un figlio, ma con chi lo faccio? di Lea Melandri

E’ vitale che gli uomini

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È vitale che gli uomini imparino a coltivare se stessi e a coltivarsi l’un l’altro.”

“Non è una questione di ‘diritti del maschio’: si tratta di approfondire la nostra umanità e noi stessi in quanto uomini che contribuiscono a un dibattito più ampio. Non c’è un ‘noi contro loro’: le donne nelle nostre vite sono nostre compagne di squadra, non sono cose o trofei che siamo tenuti a conquistare”.

fonte: il maschio beta

Enigmi maschili

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…sono due gli enigmi maschili che mi sembrano particolarmente difficili da comprendere.
Il primo è come mai il maschio, nell’imporre il proprio modello di dominazione sulla donna, ma anche sul bambino, il barbaro, il selvaggio,in altre parole nell’inventare una logica e un ethos imperiali e «civilizzatori», abbia accettato di sottoporsi a una serie di fardelli che vanno dalla fatica del corpo alla rimozione delle emozioni e dell’affettività (…)

Il secondo enigma che continuo a trovare senza risposta è come mai il maschio imperiale, temprato a ogni sorta di rinunzia e sacrificio, capace di affrontare deserti assolati e lande ghiacciate, nostalgie e pericoli, guerre e massacri per compiere la propria missione civilizzatrice, si mostri, poi, particolarmente «fragile» non solo nel campo delle emozioni, ma anche e soprattutto in quello dell’autoaccudimento quotidiano e bisognoso di delegare all’altro, perlopiù la donna o un suo sostituto (l’attendente), la propria stessa sopravvivenza emozionale e materiale: interrogativi forse impossibilitati a trovare una risposta, se non quelle parziali che ci danno la psicoanalisi e le archeologie dei saperi-poteri su cui si basano i vari sistemi di dominazione.

Pierangiolo Berrettoni
Il maschio al bivio

Per una rieducazione sentimentale

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Per una rieducazione sentimentale. di Lea Melandri

Dedicato a Sibilla Aleramo – 140 anni ieri dalla nascita (14 agosto 1976) – consapevole di rappresentare “qualcosa di raro nella storia del sentimento umano”.
A lei devo molto delle mie scritture sul “sogno d’amore”.

Se è vero – come dice Freud – che“un amore felice vero e proprio corrisponde all’originaria situazione in cui non è possibile distinguere tra libido d’oggetto e libido dell’Io”, che la coppia trova la sua stabilità  “quando la moglie ha fatto del marito il proprio figlio”, si potrebbe dire che per questo prolungamento dell’infanzia l’uomo non è mai andato “oltre le frontiere del narcisismo”.
Separandosi, la donna non colpirebbe perciò solo un privilegio e un potere indiscutibile della maschilità, ma l’“amore di sé”, la fonte prima, rimasta tale anche nell’età adulta, dell’“autoconservazione”. Il fatto che chi uccide spesso riservi a sé la medesima sorte sembra esserne la conferma.

Se l’uomo fosse il dominatore, il vincitore sicuro di sé, non avrebbe bisogno di uccidere.
Dobbiamo riconoscere che dietro il dominio del padre c’è la nostalgia del figlio. Forse è questa tenerezza che le donne continuano a spiare dietro la violenza dell’uomo. Verrebbe da dire che, per capire la violenza che passa nella relazione tra i sessi, bisogna interrogare a fondo l’amore, tenendo conto che le figure di genere strutturano, al medesimo tempo, gerarchie di potere e illusioni amorose. La possessività parla una lingua diversa nella bocca dell’uomo-padrone e dell’innamorato.
Se, nonostante tutto, l’idealizzazione della famiglia è così duratura, forse è perché è negli interni della case che tornano a confondersi la nostalgia dell’uomo-figlio, il potere di indispensabilità della donna-madre e i residui di un dominio patriarcale in declino.
L’interezza l’uomo l’ha ottenuta dividendo il suo compito civile dagli interessi della famiglia, garantendosi l’accesso al corpo femminile sia come soddisfacimento erotico che come cura, sostegno morale.
Le donne, costrette ad abbandonare il rapporto con la madre, hanno cercato inutilmente di trovare la ricomposizione – bisogno di essere nutrite e di essere amate – nell’uomo; si può pensare che abbiano rinunciato per questo alla loro sessualità, sopportato di ricevere – in cambio di amore, cure, piacere – mantenimento, denaro, doni. Non un vero scambio, perciò, e tanto meno reciprocità.
Ha ragione dunque Pierre Bourdieu quando si chiede, nell’ultimo capitolo del suo libro, Il dominio maschile, se l’amore è “l’isola incantata”, in cui si ferma la “guerra tra i sessi” – “smarrirsi l’una nell’altro senza perdersi”, il miracolo della reciprocità, creatori/creatrici e creature -, oppure “la forma suprema, perché la più sottile, la più invisibile, della violenza simbolica”.

Del resto, se si leggono attentamente i teorici dell’amore romantico – Bachofen, Michelet, Mantegazza, ecc. – non è difficile accorgersi che, dietro il capovolgimento continuo delle parti – a volte è la donna-madre che sembra accogliere in sé l’uomo-figlio, altre è l’uomo che, dalla sua posizione di privilegio, si pone come figura protettiva, materna, rispetto alla donna, piccola figlia debole affidata alle sue cure – passano in realtà il potere e la centralità dell’uomo. In un rapido passaggio, da figlia la donna gli diventa moglie e madre, fonte di sussistenza e di sostegno morale. La metamorfosi è completa quando l’uomo può “rigenerarla”, fino a farla “diventare lui”.
Il romanticismo ha riconosciuto alla donna un’“anima”, ma un’anima che deve nutrirsi e vivere dei pensieri degli uomini, assecondare e prevenire il loro bisogni, compenetrarsi con l’amato fino a identificarsi o sparire in lui.
Il sogno d’amore è presente in tutta la cultura maschile, ma è stato visto come un tratto marcatamente femminile. La ragione può essere cercata nel segno che lascia l’essere stati tutt’uno col corpo della madre, ma anche il bisogno d’amore, la pretesa di infanzia, che la donna è costretta a colmare attraverso l’uomo.
Sacerdotessa dell’amore puro, dell’“amore fusione”, “estasi”, “cosa sacra”, Sibilla Aleramo è anche la coscienza femminile anticipatrice che, all’inizio del ‘900, riesce a dissacrarlo, a vederne l’invisibile violenza, in quanto “atto sacrilego” dal punto di vista della individualità della donna, e a raggiungere lentamente “il fastidioso obbligo di vivere per sé.”

L’intimità è legata al pensiero

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“l’intimità è legata al pensiero che si lascia andare, che è più portato a raccogliere che non a cogliere – in altri termini, la necessità di abbandonarsi la rende più difficile da catturare. In quanto pregnante e non distinguibile, è la cosa più fugace ma al tempo stesso più aperta; è evasiva e perciò in appropriabile, ma è anche la più personale; si associa a un luogo, a un’ora, s’impregna d’un paesaggio, si afferra in modo circostanziato e ambientale. Più che studiarla la si ricorda; o meglio, più che ricordarsela torna in mente in modo incidentale; e quando succede, vorremmo più ‘confidarla’ che non confessarla. Da qui il fatto che tende più a essere condivisa che non a farsi ‘conoscere’”.

“L’intimità usa attivamente il silenzio, fa parlare i gesti, gli sguardi, un sorriso, un tono di voce. I gesti, più delle parole, sono vettori e staffette dell’intimità e la rendono effettiva, al cui confronto la parola è ciarliera e limitata; frena nel momento stesso in cui enuncia, crea un blocco e una resistenza, invece di lasciar passare (…) è la sfida più alta portata all’impero del logos; non si lascia andare alla facilità di dire e anche di ‘dire tutto’, di determinare e credere di controllare, ma insinua, stringe tacitamente un accordo, lo propaga e lo fa progredire.”

“Guardandola che mi guarda è come se l’accompagnassi in me stesso: sono passato ‘dall’altra parte’, al tempo stesso che la mia si apre (…) attraverso il suo sguardo incomincio a percepirmi da fuori. L’ho chiamata ‘dolcezza’, la dolcezza dello sguardo dell’Altro su di me, ma non ha niente di affettivo o di psicologico, prende una piega metafisica, diventando una categoria innata: dice che la frontiera è caduta, libera dall’iniziativa del soggetto, sostituisce l’ambiente, il complice, all’eterna frontalità. Come ci si guarda, ci si racconta: come ci si può guardare per ore, ci si può raccontare senza annoiarsi. Raccontar-si non significa tanto, d’altronde, raccontare un ‘sé’ prendendosi oggetto del dire, perché non è la forma riflessiva del verbo, ma esprime la relazione reciproca. Ci si racconta, cioè dall’uno all’altro, come ci si parla: ‘raccontarsi’ l’un l’altro è anche un modo di attivare la riflessività e reciprocità dell’intimità e non ha altro fine.”

Francois Jullien – “Sull’intimità. Lontano dal frastuono dell’Amore”

Fuga o attraversamento

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Fuga o attraversamento maschile delle relazioni sessuali

Nello spostamento del nostro desiderio sessuale e nell’incontro di diverse donne, cambia la qualità delle nostre relazioni?

Posto che ciascuno avverte la sessualità degli altri, questo crea dei campi di forze, di attrazione o meno, che a volte diventano una leva di cambiamento. E’ il movimento stesso della vita. Mi interrogo però sulla natura relazionale di questo cambiamento, per noi uomini.
Nella mia esperienza, questa fortissima corrente del desiderio mi ha spinto in due direzioni molto diverse. C’è un desiderio sessuale centrifugo, che rimane tangente alle relazioni, quasi un riflesso condizionato che ci porta a cambiare partner, proprio per non superare una certa soglia di intimità. Altrimenti, viviamo quella forma del desiderio sessuale che attraversa le relazioni, che corre il rischio di farle e anche di disfarle ma sempre passando per il loro centro. Significa fare la misura di una relazione e viverne le qualità: di piacere e di conflitto, di presenza e di limite.

tratto da: “Dieci domande maschili” di A.Miceli

Maschile

Status

Interrogarsi sul proprio simbolico maschile.
Indagare.
Andare alla radice del proprio genere.
Essere radicali nell’analisi. Non c’è altra strada.
La violenza maschile è dentro noi uomini, maschi,
non va cercata e ridotta, fuori di noi.
Nessuno è immune.

m.

facebookiana

Status

Giovane donna facebookiana avrà trovato “passionale” la delicatezza della scritta muraria: “Fai tanto la suora ma poi sbagli cappella”?

Anche queste devono essere parole delicate.
Intriganti universi erotici maschili. Ognuno ha quello che si merita.

Sento solo di aver perso troppo tempo con una ragazzetta che non si valorizza da se ma ha bisogno del maschio alfa che la valorizzi, la tagghi.

m.

Ambivalenza

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Ambivalenza
Nella ‘altalena’ della relazione di coppia, ci spingiamo di più nella zona della fiducia o della sfiducia?

Credo che nell’esperienza amorosa sia costitutiva l’ambivalenza, il sentimento del “né con te né senza di te”. Che rimanda alla costruzione della nostra fiducia.
C’è una polarità della sfiducia amorosa, che come uomo ho attraversato prima ancora di pensarci, già “in prima lettura” della mia vita. Era il senso di uno spossessamento, una espropriazione di me, forse legato ad una con-fusione dello stare insieme. Peraltro, ben nascosto nell’archivio delle mie immagini maschili e ben prima di riconoscerlo, ho trovato prefabbricato anche un certo senso di svalutazione delle donne a me più care.
Ma conosco anche il territorio della fiducia amorosa, legata al riconoscimento nella relazione, sia dell’altra che di me stesso. Qui non c’è perdita o svalutazione, ma al contrario la scommessa di darsi valore. Cosa ci può muovere a giocare questa scommessa della fiducia? Credo sia il desiderio e poi la capacità di confrontarci con le sue figure.

fonte: “Dieci domande maschili” di A.Miceli