uno spirito prigioniero

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Se uno spirito prigioniero ignora la propria prigionia, vive nell’errore. Se l’ha riconosciuta – seppure per un decimo di secondo – e si è affrettato a dimenticarsene per non soffrire, abita nella menzogna. Uomini dall’intelligenza estremamente brillante possono nascere, vivere e morire nell’errore e nella menzogna. In costoro l’intelligenza non è un bene e neanche un vantaggio (…)

Uno spirito che sente la propria prigionia vorrebbe dissimularla a se stesso. Ma se ha orrore della menzogna non lo farà. Dovrà allora soffrire molto. Cozzerà contro il muro fino al deliquio; si ridesterà, guarderà il muro con timore, poi un giorno ricomincerà fino a cadere di nuovo in deliquio, e così di seguito, senza fine, senza alcuna speranza. Ma un giorno si desterà dall’altra parte del muro

S. Weil

Essere felici

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Secondo Matthieu Ricard quello che serve per essere felici: “Altruismo e compassione, libertà interiore (per non essere schiavi dei propri pensieri), un senso di serenità e di soddisfazione, resilienza, una mente chiara ed equilibrata che non distorce troppo la realtà”.

Così poco presente in quello che ho scritto

Perché sei così poco presente in quello che ho scritto, mentre la nostra unione è stata ciò che vi è di più importante nella mia vita? Perché ti ho presentato come una creatura pietosa…’che si sarebbe distrutta senza di me’, mentre tu avevi la tua cerchia di amici?”.
“Sapevi, fin dall’inizio, che avresti dovuto proteggere indefinitamente il mio progetto”.
“Mi lanciavo a testa bassa in una nuova impresa che mi avrebbe monopolizzato. Ma tu non mostravi né agitazione né impazienza. ‘La tua vita è scrivere. Allora scrivi!’, ripetevi. Come se la tua vocazione fosse di confortarmi nella mia”. “Tu ti sei data tutta per aiutarmi a diventare me stesso. La dedica che ho scritto nella tua copia dice: ‘A te detta Kay che, dandomi te, mi hai dato Io’”.

Andrè Gorz – Lettera a D

un figlio, ma con chi farlo?

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Quanti uomini sono oggi disposti a porsi interrogativi analoghi sui ruoli tradizionali di genere, a immaginare nuove forme dell’amore e della genitorialità, rapporti diversi tra vita e lavoro, privato e pubblico?

Di fronte a una figura maschile sorpresa dal cambiamento nella propria fragilità, senso di inadeguatezza, dipendenza da mamme e nonne troppo protettive, o narcisisticamente ripiegata su se stessa, verrebbe da dire che la crisi, prima ancora che di culle, è di case, convivenze, legami amorosi o coniugali duraturi e rassicuranti quanto basta per decidere di fare un figlio.

È chiaro che la ricerca di nuove forme di relazione tra i sessi, nel privato come nel pubblico, necessita prima di tutto di un ripensamento di quella che è stata finora la maternità, come obbligo riproduttivo, ma anche come “lavoro d’amore”: cura, incombenze domestiche, sostegno materiale e psicologico ai componenti della famiglia.

Necessita soprattutto che si passi dalla “questione femminile” – uno svantaggio da colmare, parità di diritti e di salario, politiche a favore delle donne in quanto madri – alla messa in discussione da parte di uomini e donne di un’idea di virilità e femminilità che ha visto confusi per secoli dominio e amore, violenza e tenerezza.

Come ha scritto più volte l’economista femminista Antonella Picchio, occorre “cambiare la struttura delle responsabilità sociali rispetto alla produzione delle persone. È, quindi, un problema politico non statistico. Significa, infatti, far emergere come questione sociale, come responsabilità collettiva, ciò che appare come responsabilità esclusiva delle donne”.

Lea Melandri – Vorrei un figlio, ma con chi lo faccio?

A proposito di Fertility day

Quanti uomini sono oggi disposti a porsi interrogativi

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Le donne ancora in età fertile non escludono di poter avere un figlio, ma si chiedono anche: “Con chi?”.

La maternità, dopo essere stata per secoli obbligo procreativo, si trova a fare i conti con il fatto che le donne hanno imparato a mettere al primo posto passioni, interessi, occupazioni che le portano verso il mondo, a dirsi senza mentire l’insopportabilità della vicinanza continuativa con un bambino, del dispendio di energie fisiche e psichiche che viene loro richiesto dal maternalismo dominante.

Quanti uomini sono oggi disposti a porsi interrogativi analoghi sui ruoli tradizionali di genere, a immaginare nuove forme dell’amore e della genitorialità, rapporti diversi tra vita e lavoro, privato e pubblico?

Di fronte a una figura maschile sorpresa dal cambiamento nella propria fragilità, senso di inadeguatezza, dipendenza da mamme e nonne troppo protettive, o narcisisticamente ripiegata su se stessa, verrebbe da dire che la crisi, prima ancora che di culle, è di case, convivenze, legami amorosi o coniugali duraturi e rassicuranti quanto basta per decidere di fare un figlio.

tratto da: Vorrei un figlio, ma con chi lo faccio? di Lea Melandri

Amo l’amore che

Amo l’amore che non insulta
amo l’amore che non opprime.
Amo l’amore che lascia “individuarsi” e si da valore
amo l’amore che c’è davvero, non la sua autorappresentazione.
Amo l’amore nella vita vera.
Amo l’amore che non ha bisogno di tag.

Se invece è un comodato d’uso
deve soltanto andarsene al diavolo.

m.

amo

Ciò che respingo lo accolgo in me

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Ciò che respingo lo accolgo in me pur senza accorgermene.
Ciò che accetto finisce nella parte della mia anima a me nota; ciò che rifiuto va nella parte della mia anima che non conosco.
Quello che accetto lo faccio io stesso, quello che rifiuto viene fatto a me.
[…]
L’opposizione esterna è un’immagine della mia opposizione interiore.
Dopo che l’ho capito, taccio e penso alla voragine dei conflitti presenti nella mia anima.

C.G.Jung

Per una rieducazione sentimentale

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Per una rieducazione sentimentale. di Lea Melandri

Dedicato a Sibilla Aleramo – 140 anni ieri dalla nascita (14 agosto 1976) – consapevole di rappresentare “qualcosa di raro nella storia del sentimento umano”.
A lei devo molto delle mie scritture sul “sogno d’amore”.

Se è vero – come dice Freud – che“un amore felice vero e proprio corrisponde all’originaria situazione in cui non è possibile distinguere tra libido d’oggetto e libido dell’Io”, che la coppia trova la sua stabilità  “quando la moglie ha fatto del marito il proprio figlio”, si potrebbe dire che per questo prolungamento dell’infanzia l’uomo non è mai andato “oltre le frontiere del narcisismo”.
Separandosi, la donna non colpirebbe perciò solo un privilegio e un potere indiscutibile della maschilità, ma l’“amore di sé”, la fonte prima, rimasta tale anche nell’età adulta, dell’“autoconservazione”. Il fatto che chi uccide spesso riservi a sé la medesima sorte sembra esserne la conferma.

Se l’uomo fosse il dominatore, il vincitore sicuro di sé, non avrebbe bisogno di uccidere.
Dobbiamo riconoscere che dietro il dominio del padre c’è la nostalgia del figlio. Forse è questa tenerezza che le donne continuano a spiare dietro la violenza dell’uomo. Verrebbe da dire che, per capire la violenza che passa nella relazione tra i sessi, bisogna interrogare a fondo l’amore, tenendo conto che le figure di genere strutturano, al medesimo tempo, gerarchie di potere e illusioni amorose. La possessività parla una lingua diversa nella bocca dell’uomo-padrone e dell’innamorato.
Se, nonostante tutto, l’idealizzazione della famiglia è così duratura, forse è perché è negli interni della case che tornano a confondersi la nostalgia dell’uomo-figlio, il potere di indispensabilità della donna-madre e i residui di un dominio patriarcale in declino.
L’interezza l’uomo l’ha ottenuta dividendo il suo compito civile dagli interessi della famiglia, garantendosi l’accesso al corpo femminile sia come soddisfacimento erotico che come cura, sostegno morale.
Le donne, costrette ad abbandonare il rapporto con la madre, hanno cercato inutilmente di trovare la ricomposizione – bisogno di essere nutrite e di essere amate – nell’uomo; si può pensare che abbiano rinunciato per questo alla loro sessualità, sopportato di ricevere – in cambio di amore, cure, piacere – mantenimento, denaro, doni. Non un vero scambio, perciò, e tanto meno reciprocità.
Ha ragione dunque Pierre Bourdieu quando si chiede, nell’ultimo capitolo del suo libro, Il dominio maschile, se l’amore è “l’isola incantata”, in cui si ferma la “guerra tra i sessi” – “smarrirsi l’una nell’altro senza perdersi”, il miracolo della reciprocità, creatori/creatrici e creature -, oppure “la forma suprema, perché la più sottile, la più invisibile, della violenza simbolica”.

Del resto, se si leggono attentamente i teorici dell’amore romantico – Bachofen, Michelet, Mantegazza, ecc. – non è difficile accorgersi che, dietro il capovolgimento continuo delle parti – a volte è la donna-madre che sembra accogliere in sé l’uomo-figlio, altre è l’uomo che, dalla sua posizione di privilegio, si pone come figura protettiva, materna, rispetto alla donna, piccola figlia debole affidata alle sue cure – passano in realtà il potere e la centralità dell’uomo. In un rapido passaggio, da figlia la donna gli diventa moglie e madre, fonte di sussistenza e di sostegno morale. La metamorfosi è completa quando l’uomo può “rigenerarla”, fino a farla “diventare lui”.
Il romanticismo ha riconosciuto alla donna un’“anima”, ma un’anima che deve nutrirsi e vivere dei pensieri degli uomini, assecondare e prevenire il loro bisogni, compenetrarsi con l’amato fino a identificarsi o sparire in lui.
Il sogno d’amore è presente in tutta la cultura maschile, ma è stato visto come un tratto marcatamente femminile. La ragione può essere cercata nel segno che lascia l’essere stati tutt’uno col corpo della madre, ma anche il bisogno d’amore, la pretesa di infanzia, che la donna è costretta a colmare attraverso l’uomo.
Sacerdotessa dell’amore puro, dell’“amore fusione”, “estasi”, “cosa sacra”, Sibilla Aleramo è anche la coscienza femminile anticipatrice che, all’inizio del ‘900, riesce a dissacrarlo, a vederne l’invisibile violenza, in quanto “atto sacrilego” dal punto di vista della individualità della donna, e a raggiungere lentamente “il fastidioso obbligo di vivere per sé.”

L’intimità è legata al pensiero

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“l’intimità è legata al pensiero che si lascia andare, che è più portato a raccogliere che non a cogliere – in altri termini, la necessità di abbandonarsi la rende più difficile da catturare. In quanto pregnante e non distinguibile, è la cosa più fugace ma al tempo stesso più aperta; è evasiva e perciò in appropriabile, ma è anche la più personale; si associa a un luogo, a un’ora, s’impregna d’un paesaggio, si afferra in modo circostanziato e ambientale. Più che studiarla la si ricorda; o meglio, più che ricordarsela torna in mente in modo incidentale; e quando succede, vorremmo più ‘confidarla’ che non confessarla. Da qui il fatto che tende più a essere condivisa che non a farsi ‘conoscere’”.

“L’intimità usa attivamente il silenzio, fa parlare i gesti, gli sguardi, un sorriso, un tono di voce. I gesti, più delle parole, sono vettori e staffette dell’intimità e la rendono effettiva, al cui confronto la parola è ciarliera e limitata; frena nel momento stesso in cui enuncia, crea un blocco e una resistenza, invece di lasciar passare (…) è la sfida più alta portata all’impero del logos; non si lascia andare alla facilità di dire e anche di ‘dire tutto’, di determinare e credere di controllare, ma insinua, stringe tacitamente un accordo, lo propaga e lo fa progredire.”

“Guardandola che mi guarda è come se l’accompagnassi in me stesso: sono passato ‘dall’altra parte’, al tempo stesso che la mia si apre (…) attraverso il suo sguardo incomincio a percepirmi da fuori. L’ho chiamata ‘dolcezza’, la dolcezza dello sguardo dell’Altro su di me, ma non ha niente di affettivo o di psicologico, prende una piega metafisica, diventando una categoria innata: dice che la frontiera è caduta, libera dall’iniziativa del soggetto, sostituisce l’ambiente, il complice, all’eterna frontalità. Come ci si guarda, ci si racconta: come ci si può guardare per ore, ci si può raccontare senza annoiarsi. Raccontar-si non significa tanto, d’altronde, raccontare un ‘sé’ prendendosi oggetto del dire, perché non è la forma riflessiva del verbo, ma esprime la relazione reciproca. Ci si racconta, cioè dall’uno all’altro, come ci si parla: ‘raccontarsi’ l’un l’altro è anche un modo di attivare la riflessività e reciprocità dell’intimità e non ha altro fine.”

Francois Jullien – “Sull’intimità. Lontano dal frastuono dell’Amore”

Fuga o attraversamento

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Fuga o attraversamento maschile delle relazioni sessuali

Nello spostamento del nostro desiderio sessuale e nell’incontro di diverse donne, cambia la qualità delle nostre relazioni?

Posto che ciascuno avverte la sessualità degli altri, questo crea dei campi di forze, di attrazione o meno, che a volte diventano una leva di cambiamento. E’ il movimento stesso della vita. Mi interrogo però sulla natura relazionale di questo cambiamento, per noi uomini.
Nella mia esperienza, questa fortissima corrente del desiderio mi ha spinto in due direzioni molto diverse. C’è un desiderio sessuale centrifugo, che rimane tangente alle relazioni, quasi un riflesso condizionato che ci porta a cambiare partner, proprio per non superare una certa soglia di intimità. Altrimenti, viviamo quella forma del desiderio sessuale che attraversa le relazioni, che corre il rischio di farle e anche di disfarle ma sempre passando per il loro centro. Significa fare la misura di una relazione e viverne le qualità: di piacere e di conflitto, di presenza e di limite.

tratto da: “Dieci domande maschili” di A.Miceli

Dipendenza debolezza inermità

“Idee forti” del suo pensiero sono la figura dell’“uomo-figlio” e quella del “marito e padre-padrone”.

Sul capovolgimento che si può ipotizzare all’origine tra la posizione di dipendenza, debolezza, inermità del figlio e quella dell’uomo, padre, marito non si riflette mai abbastanza. La violenza maschile scatta quasi sempre quando una donna si separa, o pretende di decidere autonomamente della propria vita. È il momento in cui le parti sembrano di nuovo invertirsi, tornando al punto d’origine: la libertà femminile va a confondersi col fantasma della potente genitrice che può decidere della tua vita e della tua morte, che mette in scacco sicurezze virili, e per ciò stesso fa emergere fragilità e dipendenze insospettate. A volte, intollerabili. Come uscirne? … Un passo avanti significativo può essere, da parte maschile, portare nella vita pubblica la fragilità, i bisogni che finora ha consegnato al privato, alle cure di mogli, sorelle e madri, partire dal riconoscimento che la dipendenza è parte integrante della vita di tutti e che è responsabilità collettiva darvi una risposta.

Intervista a Lea Melandri: Amore e violenza

Maschile

Status

Interrogarsi sul proprio simbolico maschile.
Indagare.
Andare alla radice del proprio genere.
Essere radicali nell’analisi. Non c’è altra strada.
La violenza maschile è dentro noi uomini, maschi,
non va cercata e ridotta, fuori di noi.
Nessuno è immune.

m.

Ci sono donne

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Ci sono donne che, prima di fidanzarsi “ufficialmente”, sono un focolaio batteriologico di musi lunghi; lamentele; tuffi carpiati dentro le relazioni più assurde; elucubrazioni mentali che si attivano in loop sul “perché, perché è così stronzo”; occhiaie da notti insonni; acne da stress; vita sociale ridotta ai minimi storici poiché neanche più la lavatrice vuole starle a sentire; minuti di telefonate al cellulare esauriti come la pazienza di chi le ha ascoltate per lungo tempo.
Appena incontrano uno – e dico uno – che se le fila, diventano esperte di fenomenologia antropologica. D’un tratto, sanno perfettamente come far capitolare un uomo; come stare saggiamente in una storia; quando è presto per andare a convivere; quando è tardi per sposarsi; a cosa deve portare un rapporto; da cosa invece deve stare lontano.
Ti aspetti che, da un momento all’altro, possano stilare un manuale di sopravvivenza per donne single, e ti dici che potrebbero farlo davvero quando le sorprendi a snobbare le loro amiche di sempre, perché ora non hanno più tempo né voglia di stare a sentire le loro paturnie.
Fino al giorno in cui non si scoprono nuovamente sole. Allora, i fantasmi della non accettazione, e del disamore verso sé stesse, riappaiono. Feroci più di prima. Affinché comprendano come l’amore sia due mani che si tengono e non due sconosciuti che si aggrappano.

Antonia Storace

Ci sono persone incapaci di elaborare

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Ci sono persone incapaci di elaborare un lutto sia che si tratti della perdita reale di una persona, sia che si tratti della rottura e della perdita di una relazione. In questi casi si determina, in chi ha subito la perdita, quella particolare condizione descritta da Freud in “Lutto e melanconia: “L”ombra dell’oggetto è caduta sull’Io” che significa una cosa molto semplice: la persona abbandonata è ossessionata dall’oggetto perduto nella misura in cui non riesce a separarsene. Così fa di tutto – il possibile e l’impossibile – per mantenere ad ogni costo e con qualsiasi mezzo il legame spiando e inseguendo la vita, i movimenti, i pensieri dell’oggetto perduto nell’illusione di ridurre la distanza e di denegare l’avvenuta separazione vissuta come insopportabile.
E’ la premessa per il risentimento e la vendetta, è la strada di una deriva violenta senza fine,costellata di gesti e parole sempre più incontrollabili per cercare di “punire” e di danneggiare colui o colei da cui si e stati/e lasciati/e. Sono storie davvero tristi dalle quali bisogna trarre insegnamento per imparare ad elaborare un lutto e per affidarsi – se non si è in grado di farlo – a persone preparate che siano d’aiuto in un’opera di sana elaborazione/liberazione.
E’ questa la condizione necessaria perché un soggetto ricominci a vivere – e lasci vivere.

fonte: facebook

L’amore

L’amore, così, diventa una sorta di ideologia per mascherare la costruzione di rapporti di potere e di costrizione, reificati in una dimensione di coppia totalizzante.
[…] E allora bisognerebbe riconoscere che l’amore è politico e osservarlo con gli strumenti critici con cui osserviamo le altre strutture della società e lottare per un amore che sappia essere trampolino di lancio per il mondo, che sappia fare della libertà il suo nutrimento e che sia capace di trasformare la fedeltà del possesso nella fiducia. E per farlo c’è bisogno di lottare sia sul piano dell’immaginario e dell’educazione che su quello molto materiale delle condizioni di esistenza.”

fonte: Il feticismo dell’amore